M5S Alto Adige-Südtirol

Riforma sanitaria, le ragioni del nostro no in aula

La riforma sanitaria – quella che nelle intenzioni dei proponenti doveva essere uno dei momenti decisivi di questa legislatura – è dunque stata approvata, dopo un calvario di 368 emendamenti per la quasi totalità del tutto inutili. I buoni propositi e gli ambiziosi cambiamenti annunciati dalla Giunta sono purtroppo rimasti in buona parte lettera morta. Purtroppo è sufficiente l’intervento deciso di un Bezirk della Svp per stoppare un disegno complessivo di ampio respiro e di compromesso in compromesso quello che è rimasto è poca cosa rispetto alle aspettative di tutti su una riforma decisiva per il nostro territorio e per il futuro della nostra sanità.

La riforma – la riformina… – non mette mano a un apparato amministrativo troppo pesante, anzi, inventa nuove poltrone. Quando dal 2019 avremo con ogni probabilità 2-300 milioni di euro in meno nel bilancio, saranno dolori e purtroppo si è persa l’occasione di tagliare dove si poteva e doveva. Non tra i medici e infermieri naturalmente, ma presso amministrativi e dirigenti.

Manca un chiaro ed inequivocabile organigramma gerarchico, nel quale i direttori di comprensorio siano sottoposti ad un’autorità centrale che coordini finalmente in modo univoco la gestione del sistema sanitario provinciale. Abbiamo però salutato con un sospiro di sollievo l’approvazione di un nostro odg che va in questa direzione, vigileremo che venga rispettato. I guasti prodotti da questo sovrapporsi di piani – il centrale e il periferico – lo abbiamo sotto gli occhi e bastino un paio di esempi: perché malgrado diversi tentativi non siamo ancora arrivati a un Cupp unico, che servirebbe per smaltire le liste di attesa eccessive di qualche reparto? E perché in Trentino è attiva da anni la cartella clinica elettronica unificata e in Alto Adige i pazienti si devono portare dietro un CD con i referti tra un ospedale e l’altro? Addirittura con emendamenti della stessa Svp in aula è stata perfino ulteriormente valorizzata la figura del direttore di comprensorio (che non vengono affatto aboliti).

A questa confusione gerarchica – e quindi debolezza intrinseca del sistema – si somma un ulteriore vulnus, davvero paradossale. Al direttore generale infatti vengono affidati poteri eccessivamente ampi, con la possibilità di effettuare molte nomine bypassando i concorsi pubblici. E molti problemi – e denaro pubblico – legati all’informatizzazione dei servizi, ma anche le lunghe liste di attesa, l’inadeguatezza del pronto soccorso, la fuga di medici e primari, non verrà certo arginata ricorrendo all’”uomo solo al comando”.

La nostra sanità vive in uno stato di cronica emergenza. Lo conferma il ricorso alla precettazione del personale, uno strumento utilizzato appunto in circostanze straordinarie e critiche, ma che nel nostro caso è invece la certificazione di un problema strutturale. Che il contesto sia sfavorevole è innegabile: il personale sanitario manca ovunque, la concorrenza con i territori confinanti per accaparrarsi medici e infermieri è forte, il bilinguismo è un vincolo sacrosanto ma anche difficile da rispettare. Ciò premesso è però anche innegabile che la gestione dei problemi da parte delle direzioni sanitarie che si sono succedute sia stata tutt’altro che impeccabile. Anche su questo tema le perplessità – per usare un eufemismo – non mancano: come è legalmente possibile pretendere di precettare centinaia di lavoratori autonomi impiegati con partita Iva? E perché al personale viene sottoposto un modulo da sottoscrivere in cui dichiarare la propria disponibilità ad essere precettati, quando è evidente che si tratta di uno strumento per gestire uno stato di emergenza? Meglio fare concorsi per assunzioni a tempo determinato di 3 anni non rinnovabili, con deroga al patentino ma contestuale obbligo di imparare l’altra lingua. Ciò, a nostro parere, andava messo in legge e non lasciato a delibere della giunta o peggio dell’azienda.

Chiudiamo questa necessariamente sintetica carrellata di punti critici, con un’ultima riflessione. Un’amara riflessione. Nel corso dei numerosi colloqui avuti con membri del personale dell’Azienda sanitaria, a prescindere dal tipo di occupazione svolta e dal livello, il minimo comune denominatore che emerge è l’impressionante disaffezione verso il proprio lavoro che si registra in molti, troppi reparti. La disorganizzazione, gli sprechi, i privilegi e le ingiustizie non possono che minare alle basi quello che è il perno fondamentale di tutto: la motivazione di chi ogni giorno presta servizio nei nostri ospedali, per curare i nostri concittadini, far nascere i nostri bambini, assistere i nostri anziani. Questo è il dato più importante su cui riflettere e da cui partire, prima ancora dei freddi numeri che pure sono fondamentali.

L’Azienda sanitaria non può essere il terreno di scontro di interessi di parte, di ambizioni e carrierismo. La sua mission di presidio della salute della collettività deve essere salvaguardata. Lo prevede la Costituzione, lo impone la coscienza.

Paul Koellensperger

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